Critica

Vincenzo di Fiore

SENSO E METAFORE DELL’ONIRICO

Nella lettura delle opere di Vincenzo Di Fiore appare praticamente impossibile non rilevare  riferimenti che riportino a importanti esempi del passato, senza peraltro privarsi dell’opportunità di dare un giudizio scevro da preconcetti e che colga indicazioni e valori dell’opera  in se stessa, per quello che fa apparire e rappresenta. Il Goya della “Quinta del Sordo”, l’Ensor della “Crocifissione” e ancora Dalì e Bosch, sorprendentemente sono questi gli artisti a cui viene da pensare guardando i lavori di Vincenzo di Fiore, riferimenti che fanno tremare i polsi, ma se si vuole adottare un metro che tenga conto di un’osservazione senza remore, queste sono le attinenze che effettivamente possono cogliersi, inoltre è ancora più sorprendente il fatto che questi riferimenti sono per lo più sconosciuti a lui, pittore autodidatta, che non fa mistero di una sua “verginità” culturale oltre che tecnica. Procedendo ancora in tali riferimenti viene da pensare alle atmosfere sognanti di Chagall e non di meno  allo “horror vacui” che riscontriamo in Klimt. Il fatto è che ci troviamo di fronte non a un giovane di belle speranze  che sta cercando di proporsi e si avvia a  percorrere la strada dell’arte, cogliendo qua e là le assonanze che più si confanno alle sue capacità espressive, bensì a un artista dai capelli abbondantemente bianchi, che solo di recente si è lasciato convincere a rendere di dominio pubblico i lavori nei quali si è lungamente cimentato nell’arco della sua vita, tenendoli gelosamente relegati tra le pareti dei suoi studi, spesso e volentieri adattati luoghi di fortuna, e solo saltuariamente mostrandoli ora a quell’amico, ora a qualche appassionato d’arte, ora a qualche critico, tra i quali può citare e lo fa senza alcuna vanteria anche un Vittorio Sgarbi, ricevendone da tutti complimenti e sinceri incentivi a rivelarsi,  ad esporsi per non lasciare celato un talento certamente meritevole di un’ampia platea. Vincenzo Di Fiore  lascia che la sua mano scorra sopra i piani da impressionare e lasci il segno sia che usi la matita. la penna o il pennello, come se fosse una entità autonoma, e le figure prendono forma senza difficoltà apparente,  attingendo l’artista, non dalla realtà circostante ma da quanto, in una vita, si è stratificato nella sua mente. Non seguire correnti, indirizzi, canovacci, scelta per lui naturale non avendo e neanche cercando di avere riferimenti culturali e di studio lo ha lasciato completamente libero nella scelta delle rappresentazioni e, dotato di una connaturata tecnica espositiva, ha riportato sulle superfici impiegate tutto il suo universo espressivo. Personaggi, miti, il cavallo e animali fantastici, la figura femminile nella sua molteplicità e complessità, scheletri,  interni, esterni, oggetti  svariati che hanno popolato i suoi sogni e i suoi incubi dall’infanzia all’età adulta, sono stati riversati con straordinaria lucidità e immediatezza prima per molto tempo sui fogli, poi anche sulle tele, accostati, sovrapposti, incastrati, legati, trasformati gli uni negli altri, come nel grande palcoscenico di un circo o nel turbinio di un’immensa giostra. Certo, il circo, le giostre, cosa può esserci di più affascinante  per l’eterno fanciullo che alberga in Vincenzo Di Fiore, e ancora le feste di paese allietate dalle pompose note delle bande con lo sfilare delle processioni dove  potere avere un posto “importante” in mezzo ai “grandi” e poi le luminarie, i fuochi d’artificio, le bancarelle di giochi e dolci  e tutto quanto si è potuto  incastonare  nella mente acuta di un bambino vivace e curioso. Tra i suoi lavori, sicuramente sorprendenti sono i disegni,  per lo più eseguiti con la china. Figure e oggetti vengono rappresentati con una cura maniacale dei particolari ancora più stupefacente se si pensa che la maggior parte delle forme vengono riprodotte in modo simmetrico, a specchio;  per lo più si tratta di volti che alla maniera di Arcimboldo, ancora un dotto riferimento dunque, vedono i lineamenti costruirsi da altre forme di oggetti, animali, altri volti, rosoni che diventano occhi, occhi che diventano gioielli, gioielli che si allungano e contorcono per trasformarsi in serpenti, le cui teste diventano sopracciglia sopra ad altri occhi, in un “continuum” veramente senza fine. Le figure difficilmente sembrano di questo mondo, assomigliando più a come spesso vengono immaginati esseri alieni oppure ad animali chimerici, con fantastici assemblaggi di felini, rettili, uccelli, che si muovono tra corpi, occhi, scheletri, maschere e quasi immancabili i cavalli che su giostre o realmente scalpitanti simboleggiano quell’afflato di libertà che riporta l’incubo al sogno e l’adulto al fanciullo. Vincenzo Di Fiore, mantenendo l’ingenuità di quel fanciullo, cerca nel mondo la bellezza, la  giustizia, la bontà e vedendole venire sempre meno si serve di metafore ora semplici ora più complesse per accusare non solo l’inadeguatezza dell’uomo a valorizzarle ma purtroppo la sua ottusa pervicacia nel danneggiare se stesso, gli altri e il mondo intorno, dimentico della sua unica inesorabile certezza finale, che  l’artista non si fa specie di proporre e riproporre  con scheletri e teschi rappresentati a severo monito di tanta stoltezza. Nonostante le ripetute denunce delle malefatte dell’uomo sui suoi simili e sulla natura, nonostante le figure e i volti siano talvolta  mostruosi, negli occhi e nelle espressioni non c’è cattiveria, non c’è segno di rancore, non c’è segno di malvagità e anche quando una mano di sole ossa sfila la pelle di un volto per mostrare il teschio sottostante, non c’è segno di orrore ma solo di richiamo e ricordo di cos’è in fondo l’uomo e di cosa l’aspetta, a dispetto dei suoi vani e spesso ridicoli tentativi di apparire quello che non è e non potrà mai essere. A questo riguardo  si spiega dunque anche il ripetuto ricorso alle maschere, che se per il Vincenzo bambino è un richiamo al carnevale, agli scherzi, al cogliere l’allegria della vita, per il Vincenzo adulto è l’ennesima accusa all’uomo, di non riuscire ad essere sincero, di non fidarsi e quindi di celarsi dietro qualcosa di inespressivo, ipocrita, simulatore di una realtà falsa. Messo di fronte a questa realtà Vincenzo Di Fiore non l’accetta e quindi si rifugia nel sogno, anche nell’incubo, che è pur sempre una sua creatura, una creatura del suo inconscio, e ci stupisce e si stupisce con il suo universo fantastico  popolato di esseri strani, anche inquietanti, che forse per l’artista sono più rassicuranti e preferibili della realtà che lo circonda. 

                                                                                          Dott   Nello Catinello

    “ SURREALISMO VISIONARIO “

(PRESENTAZIONE ALLA MOSTRA DEL 02/11/2015  

SALA DEGLI ALAMBICCHI PRESSO L’AURUM DI PESCARA)

“La mostra personale di Vincenzo Di Fiore vuole essere, per l’artista, 

un momento di riflessione per comprendere verso quale approdo è 

giunta la sua produzione.E’ per questa ragione che il percorso 

espositivo si basa su un preciso ordine, sia cronologico che concettuale.

Per capire l’arte prorompente e dettagliata di Di Fiore si deve 

necessariamente partire dai disegni e dai bozzetti preparatori: 

schizzi realizzati inconsciamente, come se la sua mano tracciasse

 linee di un automatismo figurativo ma, nonostante siano abbozzi di 

figurazione, mostrano attente a cura e rigore formale. il secondo tassello  

della produzione dell’artista sono le opere a china: minuziosi dettagli di

 una surrealista che esce da una dimensione onirica, scevra di qualsiasi 

inibizione razionale e sfocia nel reale. E’ cosi’ che Vincenzo Di Fiore

 porta in superficie quell’inconscio che, altrimenti, sarebbe visibile solo 

nei sogni. La mostra porta il titolo di “Surrealismo visionario”, in virtù del 

fatto che il surrealismo e l’automatismo psichico sono il punto di arrivo

 della produzione pittorica dell’artista. Un’arte figurativa e non astratta, 

ma di una figurazione non naturalistica anche se con l’adesione al reale 

ha un rapporto molto stretto:avviene,perciò,la trasfigurazione della realtà 

e non la sua negazione. I suoi accostamenti inconsueti si spiegano in

 virtù di un adesione spirituale e concettuale di entità, che per la loro 

natura o per convenienza di esse, sono disgiunte. 

In sostanza,Di Fiore procede con l’associazione libera di idee ricavando 

e imprimendo su tela sensazioni inedite, che generano inattese visioni 

sorprendenti nella loro assurdità. La metamorfosi della figurazione, 

da lui trattata, è una caricatura di una contemporaneità di cui ne stravolge

il senso, trasmettendoci un diverso ordine della realtà”.

  Dott/ssa Valeria Fatato